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UN CORDIALE BENVENUTO NEL SALOTTO VIRTUALE DEI CULTORI DELL'ICONOFILIA, LO STUDIO ED IL COLLEZIONISMO DEI SANTINI E DELLE ANTICHE IMMAGINI DEVOZIONALI





martedì 22 gennaio 2013

ICONOFILIA E CULTURA: un Santino a metà e la bella e triste storia di Martino, neonato esposto sulla rota nella Venezia di fine 1800

 
L'Angelo Custode
 
Il Santino a metà lasciato a Martino dalla sua Mamma al momento dell'affidamento allo Spedale della Pietà di Venezia.
La metà mancante cela il segreto ancora irrisolto dell'identità della Mamma:
chi può aiutare Diego a ritrovarla ? 
 
 
E' una storia triste ma bellissima quella che vi stò per raccontare: una storia apparentemente come tante, raccontateci dalla Storia vera e dai Romanzi, con protagonisti bimbi appena nati o comunque piccolissimi e indifesi come pulcini che, ancora profumati di latte materno, venivano anticamente nel nostro Paese abbandonati dalle loro mamme.
 
Questa penosa e sofferta pratica fu assai diffusa in tutte le Regioni della nostra Italia ed incredibilmente rivela come, dalla tristemente nota expositio (l'esposizione) della Roma Imperiale di oltre due millenni fà, si sia protratta ininterrottamente da allora senza soluzione di continuità temporale.
 
La Storia di Roma, e dunque lato sensu la Storia d'Italia, inizia proprio da un abbandono: Romolo e Remo, i gemelli neonati figli di Rea Silvia e del Dio Marte furono, secondo quanto riportato da Tito Livio nel suo De Urbe condita, abbandonati in una cesta e da lì affidati alla pubblica Pìetas.
 
Le nostre ricerche partono, imprescindibilmente, ab ovo, ossia dall'Istituto provinciale dell'Infanzia SANTA MARIA DELLA PIETA' di Venezia, l'Orfanatrofio dove Martino per l'ultima volta vide lo sguardo dolce della sua Mamma e ne respirò, rassicurato, tra le sue braccia, il profumo.
 
Inaugurato nell'anno 1346, l'Istituto della Pietà arrivò ad ospitare dopo poco più di un secolo, nel 1448, ben 4300 bambini.
I bambini, per lo più neonati, come Martino, venivano lasciati scivolare nella scafetta (sostituita dal Governo Francese con la più famosa ruota o rota nel 1807)- una piccola nicchia atta ad accogliere, proprio per le esigue dimensioni, solo neonati o comunque bimbi piccolissimi- che, nascosta di giorno da una finestra, veniva lasciata aperta nelle ore notturne.
 
 
L'angolo su cui sorgeva la "Ruota degli esposti" per abbandonare i bambini, sul fianco della Chiesa-Orfanatrofio della Pietà di Venezia.
La lapide, citando una bolla papale di Paolo III del 12 novembre 1548, dichiara che "Dio infligge maledizioni e scomuniche a quelli che, avendo i mezzi economici per allevare un figlio, lo abbandonino, e che essi non possono essere assolti senza avere prima rimborsato tutte le spese di allevamento".
Foto di Giovanni Dall'Orto, 12 agosto 2007
 
 
La mamma prima di andar via e dopo aver dato un ultimo bacio alla sua creatura, tirava la corda di una campanella permettendo così alle Suorine addette alla portineria dell'Istituto di recuperare prontamente il bambino e prestargli le prime cure.
 
 
La vita all'Orfanatrofio di Santa Maria della Pietà di Venezia
 
Nell’Istituto venivano accolti figli illegittimi, bambini nati da famiglie molto povere o da madri incapaci di allattare e lo stesso veniva governato da un medico direttore.
Alle Suore di Carità, invece, veniva affidata la cura morale ed economica delle balie, dieci in tutto, mantenute e stipendiate dall’Istituto.
All’infante abbandonato si apponeva un segnale numerato al collo per distinguerlo, lo si spogliava degli indumenti, che venivano così registrati in un apposito libro dove si segnavano anche i dettagli dell’abbandono.
Inizialmente, veniva dato un cognome strano e spesso umiliante che venne sostituito a fine Ottocento con un cognome più ragionevole ed onesto.
Particolare usanza era quella, da parte delle madri, di lasciare al neonato abbandonato la metà di un oggetto. Le madri ne conservavano l’altra parte come prova di ”appartenenza” nella speranza di un ricongiungimento.
L’archivio storico della Pietà possiede quindi una vasta raccolta di segnali di riconoscimento che, nel concreto, sono carte da gioco, monete, medagliette religiose, crocefissi, Santini o semplici pezzi di carta dalla forma particolare.
Talvolta, si incontrano anche orecchini, monili di varia foggia, oggetti di legno intagliati e poi divisi a metà.
Nel Registro scaffetta, in seguito Registro ruota, venivano registrati anche questi particolari:

Adì 15 detto a hore 14 circa Prudencia nascente con fasse due polana rossa con due romanete dargento falso fiocheto con merleto scufia con merlo e canora merlo vechio agnus deo con cordelina latesina

 Il segnale veniva poi accompagnato da un pezzo di carta recante poche righe in cui si motivava l’abbandono, pregando l’Istituto di prendersi cura del fantolino o semplicemente si indicava il nome di battesimo.
Nel caso dei ricongiungimenti, che oltre al segnale di riconoscimento avevano una procedura notarile ben più seria ed articolata, non sempre la madre arrivava in tempo: poteva infatti accadere che il bambino fosse già morto, data l’altissima mortalità infantile dell’epoca.

La Pietà era governata da benemeriti cittadini veneziani, ma alla conduzione dell’istituto partecipavano le Figlie di Comun che lavoravano di seta, filatura, cucitura e badavano alla pulizia e alla cucina.
Ruolo più significativo avevano le Figlie di Choro che suonavano e cantavano sotto la direzione di celebri maestri, primo tra i quali, a cavallo tra il secolo XVII ed il XVIII, Antonio Vivaldi, che visse e lavorò presso l'Istituto per oltre quaranta anni.
I maschi, invece, erano istruiti nei vari mestieri dell’artigianato e diventavano tagliapietre, tessitori, calzolai e arsenalotti.
Le cronache custodite negli Archivi del suddetto Istituto riferiscono di una situazione particolarmente critica nella prima metà del 1400, con un alto tasso di mortalità tra i bimbi ospitati a causa principalmente di gravi malattie.
 
 
 
 
Il Doge Francesco Foscari Bastiani prescrisse nello stesso periodo ai Notai l'obbligo di ricordare a chiunque facesse testamento i bimbi orfani dell'Istituto Santa Maria della Pietà, affinchè venissero disposti- a propria coscienza- dei lasciti in loro favore e lo stesso Pontefice, Papa Eugenio IV, concesse indulgenze a chi avesse fatto atti di carità a favore dei piccoli orfani dell'Istituto. 
 
Lo stesso Doge stabilì e stanziò dei premi in denaro a tutte le famiglie contadine di buona volontà che si fossero assunte l'impegno, sotto il controllo del Parroco del paese, di allevare i bambini nella più salubre aria della campagna, onde preservarli dalle terribili epidemie che scoppiavano frequenti all'interno dell'Orfanatrofio.
 
Fino all'anno1899 protetta dall'anonimato più assoluto e totale e infine, a partire da questa data, regolamentata con l'entrata in vigore dell'obbligo di fornire le generalità e dei segnali da parte della madre al momento dell'affidamento, tale diffusa pratica permise a giovani madri con seri impedimenti, pur nel sacrificio enorme e sofferto della separazione, di sperare in un futuro e in una vita migliore per il proprio bambino.
 
La miseria, spesso la malattia, e le conseguenti, insormontabili difficoltà ad allevare e crescere dignitosamente queste creature, o magari la vergogna perchè frutti di relazioni ritenute illecite o libertine e perciò fonti potenziali di scandalo e di dubbia reputazione per le genitrici, furono le cause principali di questi abbandoni, ma non le uniche.
 
Si è parlato prima di segnali che quasi sempre venivano lasciati dalle madri alla Suora responsabile al momento dell'affido del bambino e tra questi c'erano spesso anche dei Santini, ed è proprio il caso legato a Martino, alla cui Mamma fu lasciata la metà mancante del Santino che potete vedere a corredo di questo articolo.
 
Proprio questo bellissimo Santino che l'amico Diego, fiero pronipote di Martino, il Nonno Martìn, mi ha mandato in scansione, apre chiari spiragli ad ipotesi che ci permettono di esulare dalle cause più note e ricorrenti a monte di tale antichissima pratica, e a ragionevolmente formularne di nuove.
 
Il Santino, celebrante - e non casualmente- la Figura Protettrice dell'Angelo Custode, Cristianamente inteso quale Guida Celeste ed aiuto nelle difficoltà della Vita, fu il Sigillo d'Amore ed il segno-o segnale, appunto- con il quale la Mamma di Martino, in un imprecisato giorno di fine secolo XIX, affidò, con il Cuore di Mamma spezzato dal dolore più grande, il piccolo fagottino di fasce che lo conteneva, senz'altro- e questo il Santino lo attesta- con la viva Speranza di poterlo un giorno riabbracciare.
 
Di fattura pregevole e assai curata nella bella acquarellatura a mano dai brillanti colori, il Santino donato al piccolo Martino dalla sua Mamma è una bella siderografia- incisione su lastra d'acciaio-che così tanto ricorda, nei tratti delicati e romantici, il Santino stampato con lo stesso soggetto dalla Maison Basset a Parigi nella prima metà del secolo XIX, appena cinquanta anni prima della nascita di Martino.
 
 
Collezione privata Galanzi
 
Facendo un semplice calcolo, a ritroso nel Tempo, ipotizzando di 25 anni l'età della Mamma di Martino al momento della sua nascita, si potrebbe pensare ad un Santino originariamente donato alla Mamma di Martino dalla sua mamma (e dunque nonna di Martino) contemporanea alla pubblicazione e messa in commercio del Santino (prima metà del 1800).
 
L'unico dato certo su di esso-totalmente privo di riferimenti all'Editore- è un numero, manoscritto ad inchiostro in elegante grafia: 238 su 273; forse la collocazione all'interno di un Catalogo di vendita che contava una serie di 273 Santini, ordinatamente numerati per soggetto dal numero 1 al 273 ? Tecnicamente, questa è un'ipotesi attendibile.
E dunque, se accettiamo questa ipotesi potremmo pensare che il Santino facesse probabilmente parte del campionario di un Editore-Tipografo, forse Italiano, rivenditore di Stampe fini prodotte in Francia.
 
In Italia settentrionale, ed in particolar modo a Torino, lavorarono in tal senso, acquisendo le matrici Francesi in acciaio originali della Maison Basset (attiva a Parigi fino all'anno 1865), la Litografia Doyen (nel 1850 ca.) e lo Stampatore Leonardi con sede in Via Po al civico 47.
 
Nel Veneto, e a Venezia in particolare, vediamo attiva fino al 1860 la celebre Casa Remondini di Bassano del Grappa presente nella Città sin dal 1750 con un'importante Libreria che diffondeva Testi a carattere Sacro commissionati dagli Enti ecclesiastici oltre ad Atlanti geografici splendidamente rilegati, pur tuttavia con una produzione di Santini ed Immagini devozionali ormai in caduta libera e decisamente non più al passo con i tempi e, soprattutto, non più concorrenziale all'agguerrita e folta schiera di Editori Francesi.
 
Sempre in Venezia è doveroso ricordare, assai attiva e rinomata in quel periodo, la Stamperia di Antonio Zatta (1722-1804) ormai in mano agli Eredi che ne continuarono la celebre produzione di opere lussuosamente illustrate e pregevoli Testi Sacri elegantemente rilegati nonchè bellissime Immagini devozionali-principalmente però in bianco e nero- incisioni a bulino su rame firmate dai più illustri Artisti-Incisori Veneti.
 
I brillanti colori e lo stile parimenti aprono un'ulteriore ipotesi di paternità del Santino alla bella produzione del grande Incisore e Stampatore dell'Alsazia Jean Frédéric Wentzel (1807-1869).
 
Tuttavia, se ci atteniamo alla situazione prettamente Storica di Venezia nel travagliato periodo che va dalla fine del 1700 alla prima metà del 1800, segnato dall'invasione delle truppe Francesi e appena un anno dopo di quelle Austriache fino alle lotte Risorgimentali che portarono nel 1848 alla liberazione dei Patrioti Daniele Manin e Nicolò Tomaseo, non ci verrà difficile, in assenza totale per il momento di altri e più fondati elementi, pensare ad una probabile origine forse anche Francese del nostro Martino.
 
La qualità pregevole del Santino, di certo non appartenente alla tipologia all'epoca diffusa tra le classi più povere, e la sua altamente probabile origine e provenienza Francese, ci fanno senza difficoltà pensare alla sua Mamma come una giovane Dama dell'Alta Borghesia- o forse anche della Nobiltà- magari figlia di un Generale dell'Esercito Francese stanziato a Venezia con la sua Famiglia ed il piccolo Martino frutto di un amore ostacolato. Chissa'.....
 
Al di là dalle interpretazioni prettamente tecniche formulate, se confortata da altra documentazione più consistente, la numerazione manoscritta in alto al recto del Santino potrebbe altresì rappresentare il numero assegnato dall'Impiegato-Archivista in forza all'Archivio della Casa di Pietà, -prova ne siano le lettere Sp-S(PEDALE) della P(IETA')- atto unicamente all'assegnazione ordinata di un riferimento per poter, tra tanti, rapidamente consultare al bisogno e senza errori i documenti-compreso il Santino-relativi a Martino.
 
Stampato su carta realizzata secondo l'innovativo impasto di fibre di legno dalla tipica consistenza compatta utilizzata per i Santini in tutta Europa durante tutto il secolo XIX ed i primi inizi del 1900, fu il primo documento "personale" del piccolo Martino, sopra al quale, come segnalato dall'evidente residuo di carta ancora presente e visibile superiormente a sinistra, venne verosimilmente accatastata una pesante pila di numerosi altri documenti cartacei.
 
Il primo di questi, appunto quello che lasciò traccia in alto alla sx del Santino, forse per dell'umidità presente tra le carte dell'Archivio, è la chiave della nostra ricerca appassionante alla scoperta delle origini familiari del nostro Martino: è su questo foglio mancante che, grazie alle tracce involontariamente trasferite dall'inchiostro sul Santino sottostante- e dalla stessa ripartizione in righe parallele tracciata visibilmente a mano-, che, pur nell'estrema difficoltà dell'interpretazione completa possiamo ancora oggi leggere parole-chiave come: infante....alle ore....
che inquivocabilmente testimoniano il doloroso momento dell'affidamento di Martino all'Orfanatrofio Veneziano.
 
Resta tuttavia ancora da risolvere l'enigma più affascinante, vero fulcro di questa lunga serie di ragionate ipotesi: chi fù la Mamma di Martino ?
 
Quali furono le sue fattezze e quale il suo accento ?
 
Parlò forse anche lei con l'elegante cadenza Veneziana con la quale parlano oggi Diego, il suo affettuoso pronipote, ed i suoi bellissimi bambini ?
 
Domande queste estremamente difficili cui dare una risposta tout court ma ho promesso a Diego tutto il mio aiuto per la sua appassionata e struggente ricerca e sono certa che, con un pò di fortuna e soprattutto con l'aiuto di qualche persona sensibile che leggerà questo mio appello, riusciremo a ricostruire le origini di Martino, il suo amato bisnonno, da tutti i pronipoti ancora oggi affettuosamente ricordato come il Nonno Martìn..... e oramai divenuto un pò anche il Nonno di tutti noi Italiani.

Paola Galanzi

Fonti: Pierpaolo Limone-L'accoglienza del bambino nella città globale
              La Pietà a Venezia. Arte, musica e cura dell'infanzia fra tradizione ed innovazione", Venezia, 2009
 




 



5 commenti:

  1. Edmondo Barcaroli-Collezionista e Socio A.I.C.I.S.23 gennaio 2013 00:23

    Ho preso visione dell'articolo sul tuo blog ed esprimo il mio apprezzamento per la dovizia di notizie sull'istituzione veneziana di bimbi abbandonati.

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  2. Mario Tasca-Collezionista e Socio A.I.C.I.S.23 gennaio 2013 09:25

    Bellissimo articolo e solita meticolosa e stupefacente ricostruzione storica della brava Paola!

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  3. Maria Assenza-Collezionista e Socia A.I.C.I.S.23 gennaio 2013 09:26

    Una bella ricostruzione di una storia commovente.....

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  4. Rosina Llagarìa Vidal- Collezionista e Socia A.I.C.I.S.23 gennaio 2013 09:28

    Estupendo el articulo,muy completo y emocionante

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  5. Ciao Paola,

    grazie per questo bellissimo articolo sul mio bisnonno e grazie a tutti quelli che potranno darmi notizie aggiuntive. Senza te, Paola, non avrei mai potuto approfondire così tanto le origini di quel santino. Sarà mia cura tenere aggiornato questo blog con tutte le informazioni che riuscirò a reperire nella ricerca delle mie origini.

    a presto

    Diego

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