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UN CORDIALE BENVENUTO NEL SALOTTO VIRTUALE DEI CULTORI DELL'ICONOFILIA, LO STUDIO ED IL COLLEZIONISMO DEI SANTINI E DELLE ANTICHE IMMAGINI DEVOZIONALI





venerdì 5 giugno 2015

"I FIORI NEI SANTINI ": l'incantevole Libro di Maria Grazia Reami Ottolini




Scritto dall'Autrice nel 2005 e pubblicato dall'Editore Barbieri di Manduria (Taranto) nel 2011, articolato in 25 capitoli, 323 pagine e ben 675 illustrazioni a colori - tratte dall'ingente Collezione di 120.000 Santini ospitata presso la sezione di Religiosità popolare del Museo del Paesaggio di Verbania-Pallanza - è un Libro entusiasmante, immancabile negli scaffali delle più importanti Biblioteche così come nella privata Libreria di ogni Iconofilo e Collezionista innamorato-come l'Autrice- del Mondo incantevole abitato dai Santini e dalle antiche Immagini della devozione.
 
La scelta del binomio fiori-santini è tutt'altro che casuale in quest'Opera: un'analisi caleidoscopica, appassionata ed attenta - che tocca invero i più svariati campi del Sapere connessi ai Santini- che nasce dalla conoscenza pluridecennale dell'Autrice delle antiche Immagini dei Santi della devozione popolare e della Botanica.
 
Un Libro meraviglioso che profuma di Santità e di muschio, di Rose e di Cipressi, di Fiori di Terra Santa, d'incenso e di Gigli soavissimi sapientemente dipinti a mano. 
 
Nel complimentarmi con ammirazione sincera con l'Autrice per l'incomparabile, certosino suo lavoro e per il serissimo suo impegno nella diffusione dell'Iconofilia auguro a tutti Voi una prossima Buona Lettura e ricordo che potrete trovare il Libro presso l'Editore Barbieri di Manduria (Taranto) a questo indirizzo: http://www.barbierieditore.it/home/index.php?keyword=i+fiori+nei+santini&limitstart=0&option=com_virtuemart&view=category

Paola Galanzi
 
 
 
 
 
UNA COLLEZIONE DI SANTINI E UN LIBRO
 
IL FONDATORE DEL MUSEO DEL PAESAGGIO DI VERBANIA




In un recente articolo scritto per questo importante, bellissimo Blog, nato ed espressamente votato alla diffusione dell'Iconofilia e dell'antica tradizione storico-culturale ed artistica insita negli antichi Santini, introducevo alcune informazioni sul Museo del Paesaggio.
 
In apertura avevo accennato alla possibilità che la denominazione "del Paesaggio"conferita al museo di Pallanza, se non lo si è già visitato, potrebbe far pensare a un luogo dove si custodiscono documenti relativi al territorio e che in qualche modo parlino della sua conservazione e valorizzazione; questa interpretazione è sicuramente pertinente, ma assai riduttiva.
 
E mentre accennavo alle importanti collezioni racchiuse tra le sue mura, opere d'arte che per la maggior parte non riguardano il paesaggio, non avevo raccontato perché il museo si chiami così: una lacuna da colmare.
 

Il nome storico gli fu attribuito oltre un secolo fa come segno distintivo da Antonio Massara,[1] suo fondatore, che aveva ottenuto all’inizio del Novecento una cattedra di Lettere al liceo di Pallanza; la città di Verbania, infatti, nasce solo nel 1939 dalla fusione di Pallanza con alcuni comuni limitrofi.[2]

La visione pedagogico-didattica di questo interessante e purtroppo poco conosciuto intellettuale, era volta a formare non solo i suoi studenti, ma comprendeva tutta la comunità locale, con particolare riferimento al segmento meno acculturato, cioè la maggioranza della popolazione lacustre di allora.  




[1]    Antonio Massara (Meina (Novara) 1878 – Roma 1926)
[2]    Intra, Suna e frazioni.
    

 
 
Scorcio panoramico del Golfo Borromeo
(fonte dell'immagine: Wikipedia)


 
Il paesaggio del golfo Borromeo era di una bellezza straordinaria e, dalla fine del XIX secolo ai primi decenni del XX, assai vivace la vita culturale che si svolgeva sulle sue rive per l'avvicendarsi di villeggianti e dei loro ospiti che frequentavano i grandi alberghi e le splendide ville che a partire da metà 'Ottocento andavano trasformando l'aspetto naturale della costiera in  una sequenza di parchi sontuosi realizzati attorno a  eleganti edifici di stile eclettico.

Tuttavia lo straordinario mutamento del paesaggio e il fervore culturale dell'epoca dovuto alle frequentazioni di personalità di grande spessore culturale e artistico poteva essere avvertito solo da chi avesse saputo o potuto vedere il contesto con occhi allenati e mente e anima sensibilizzate, ma purtroppo non tutti possedevano il privilegio di una preparazione adeguata a questo tipo di comprensione.

Massara voleva offrire anche alla popolazione più semplice e meno abbiente la possibilità di ampliare le proprie conoscenze, aprendo l'intelligenza a nuove esperienze e a concetti poco, o mai praticati.
In questo senso il suo programma educativo precorse i tempi ed  è ancora oggi attualissimo, quando troppo spesso ignoranza ed egoismo dei singoli o delle istituzioni e gretti interessi economici sacrificano l’interesse generale nei confronti dei beni culturali e ambientali.
 
Massara fondò il Museo nel 1909, raccogliendo al suo interno ogni espressione artistica, ma anche di cultura materiale, che servisse allo scopo di avvicinare la popolazione all’arte e alle nobili tradizioni del passato, a capire l'importanza e la bellezza del paesaggio, supportato in questo da un’elegante rivista mensile da lui fondata e diretta, intitolata Verbania, di eccezionale modernità per i tempi: un vero testo d’arte e di cultura.
Su carta lucida, con bellissime fotografie in bianco e nero, fu pubblicata solo per quattro anni, ma ancora oggi è fonte di documentazione quasi introvabile su determinate tematiche d'arte locale.[3]





 [3]    Verbania, Rivista mensile illustrata del Lago Maggiore del Cusio dell'Ossola e del Varesotto  sotto gli auspici dell'Associazione "Pro Verbano" e del Comitato Verbanese della "Dante Alighieri" Diretta da Antonio Massara e Renzo Boccardi, Tipo-litografia Almasio, Intra, telefono N. 58, stampata su carta Americana, Ferdinando dell'Orto, Milano.
La rivista uscì negli anni 1909, 1910, 1911, 1912.




Per anni il Museo del Paesaggio svolse sul territorio un ruolo didattico non indifferente con mostre, seminari e manifestazioni di pregio, ma nel secondo dopoguerra, scomparso ormai da tempo il fondatore, iniziò per l’Ente un periodo di stasi e di declino fino a quando nel 1972 un gruppo di cittadini verbanesi volle riprenderne in mano le sorti per rinverdire il programma che ne aveva motivato la creazione.
 
Tra quegli ardimentosi c’era anche chi scrive che da allora, ininterrottamente fino al 2010, fece parte del Consiglio del Museo.
 
Non narrerò l’epica storia di quegli anni, ma posso affermare che esso ben presto riconquistò appieno il suo ruolo centrale nella cultura del Verbano.

Naturalmente il Museo protegge ancora il paesaggio con interventi concreti, convegni, mostre, eventi di cui l’atlante dei giardini storici del Piemonte quasi completato (il progetto si è momentaneamente arenato per mancanza di fondi) è un esempio straordinario, ma non vengono trascurate nemmeno alcune raccolte cosiddette minori, secondo i dettami dello statuto voluto dal Massara.
 
Una di esse diede origine alla fine degli anni Novanta alla sezione di Religiosità popolare, costituita da una straordinaria raccolta di ex-voto affiancata da una altrettanto straordinaria raccolta di santini.
 
Le due collezioni appartengono a pieno titolo a quella cultura popolare che il fondatore riteneva importantissima per la documentazione e lo studio della storia e della civiltà dei luoghi attraverso la conservazione e l'analisi di oggetti di cultura materiale.

 
 
 
Il Santuario della Madonna di Re in Val Vigezzo
 
 
 

L'ultima ricerca in ordine di tempo è stato il censimento di tutte le cappellette votive della Valdossola e delle valli che vi confluiscono, sfociata nel 2009 nella pubblicazione di un importante volume con una ricca documentazione fotografica e profilo agiografico dei Santi e delle Madonne affrescate per facilitare, a chi vi si soffermi innanzi, il loro riconoscimento.

Si comprende quindi come lo scopo dell'Iconofilia non sia strettamente collezionistico, ma di conservazione di documenti riguardanti un largo spettro di indagini storico-artistiche: in particolare quel peculiare aspetto di religiosità popolare, l'editoria religiosa ad essi legata, le diverse tecniche di realizzazione delle immagini e la loro valenza estetica.

Dopo una ventina d'anni trascorsi a studiare, inventariare e quindi a sistemare in grandi album le migliaia di santini pervenuti al museo in seguito alle mie ricerche appassionate, sentii la necessità di raccontarli per coinvolgere alla maniera di Massara le persone inconsapevoli degli innumerevoli spunti di indagine dell'Iconofilia, se studiata nei suoi molteplici aspetti.   


 


 L'AUTRICE


 

 

 
La mia formazione culturale iconofila non deriva da studi specifici sull'argomento, anche perché quando iniziai a lavorare sui Santini, i testi che ne parlavano erano una rarità, e per lo più stranieri di difficile reperibilità, mentre nell'opinione corrente, salvo rare eccezioni, il giudizio era assai spesso negativo.
 
In quanto a me, la consapevolezza intorno a una inaspettata profondità di contenuti del santino sopraggiunse a poco a poco, e si formò durante i lunghi anni d'inventario, perché, dopo averli numerati, ero costretta a descriverli.
 
Per descriverli dovevo guardarli e a furia di guardarli cominciai a scoprire cose, a compararne altre, ad osservare la fattura, gli stili degli incisori e dei figurinai, le tecniche di stampa, sviluppando così una conoscenza approfondita  che mi permise di vederli e parlarne in altro modo: ormai non erano più solo pezzi della devozione di San Sulpizio, non più bondieuserie, ma un fenomeno di enorme respiro e di sterminata produzione.
 
Cominciai a scriverne, dapprima brevi articoli, poi testi più impegnativi e venni considerata un'esperta: un'esperta appassionata.

I santini analizzati nel libro appartengono tutti alla collezione del Museo del Paesaggio; ciò non costituisce un limite all’indagine poiché il numero elevatissimo di pezzi permette allo studioso una lettura statisticamente assai attendibile dei contenuti.
 
All'inizio degli anni ottanta del Novecento ricordo, infatti, di aver letto un articolo assai elogiativo che sottolineava l'originale novità di una tesi di laurea svolta su una raccolta di trecento santini.
 
Il mio studio ha esteso la  ricerca dei fiori su circa 100.000 santini diversi.
 

 
 

 I FIORI NEI SANTINI

 

 

 
Prima parte, I fiori nella decorazione, cap. I, pag. 24, fig. 18
 
Mazzolino  - Foglioline, erbe e fiori raccolti e seccati dalle religiose di Terra Santa, quindi composti in forma di mazzolino con valore di reliquia, essendo stati posati sul santo Sepolcro.
Santino manufatto di Terra santa con fondino di serie.
Seconda metà del XIX secolo, cm. 10,5 x 7
 
Collezione Museo del Paesaggio di Verbania-Pallanza
 

  


Da testi chiaramente specialistici ci si aspetta un apparato iconografico all’altezza del soggetto trattato: in un libro sui santini si immagina dovervi essere esempi di quanto di più spettacolare fu realizzato in secoli di produzione.
Invece sfogliando qua e là le pagine del libro non ci si raccapezza, perché accanto a un’ammirevole e rara incisione secentesca su pergamena v’è magari un insignificante, banale santino che sembra calato lì per sbaglio. E ve ne sono - orrore - alcune anche rotti !
Mai visto pubblicato niente di simile.
 
Proprio così, perché I Fiori nei Santini non è un libro da guardare, ma è un libro che va soprattutto letto, osservando contemporaneamente le figure per veder dipanarsi la storia dell'editoria, l'abilità di chi invece li realizzava a mano, la trama intessuta da generazioni di catechisti per generazioni di cristiani in un susseguirsi di argomenti apparentemente solo religiosi.
Questi ultimi di fatto oggi sono letture eminentemente culturali, godibili forse più dal lettore laico che dal lettore pio.
 

Varie sono le chiavi di lettura; dato che ve ne sono a profusione, attraverso l’analisi della presenza dei fiori, o meglio degli elementi botanici presenti nell'icona, si snodano la storia del santino, le tecniche di stampa, il succedersi degli stili dell'illustrazione e della grafica, le case editrici specializzate, l’evoluzione della catechesi impartita attraverso le piccole immagini di devozione popolare.

Il testo è diviso in due parti: la prima riguarda l'utilizzo del fiore come ornamento del santino, inserito per il suo valore estetico; la seconda parte si riferisce alla valenza simbolica dell'elemento botanico in un determinato contesto e assume, pertanto, valore religioso. 
Per chiarire come i fiori si prestino all'analisi dell'uno e dell'altro campo, riporto in calce due esempi.
 
 
I PARTE - I FIORI NELLA DECORAZIONE -
Cap. V  - I fiori dipinti a mano, pag. 73, fig. 138
 
 
Due sante, santa Teresa d’Avila, grande mistica e Dottore della Chiesa e santa Luisa di Marillac, fondatrice con san Vincenzo de’ Paoli delle suore Figlie della Carità, quelle che avevano il cappellone ad ala di gabbiano, vengono omaggiate da rose, mentre seduto sull’altare un fanciullino che bussa al tabernacolo, porgendo un giglio a Gesù eucaristico, ci consente di narrare la storia che diede origine a questa iconografia molto sfruttata intorno all’inizio del XX secolo.
 
La prima volta che un santino simile pervenne al Museo, la signora che lo aveva donato disse trattarsi di san Pasqualino, santo fanciullo sconosciuto a chi scrive che, sempre rispettosa  della tradizione orale, cercava disperatamente conferma su dotti testi, ma la mancanza di aureola attorno al capo del bimbetto poneva in fiero dubbio la veridicità storica della informazione.
 
Finché un bel giorno fu donato alla collezione un santino a sorpresa, raffigurante un fraticello circondato da un gruppo di fanciulletti.
Aperta l’antina, sulla terza facciata c’era il solito san Pasqualino.
 
Il santino, della fine del sec. XIX, riportava una specie di lunga poesiola in francese che svelava l’arcano.
 
Quella che segue è la traduzione letterale dello scritto intitolato “Un racconto per la nostra fede”.
 
 
Fanciulli che vi avvicinate all’Eucaristia, venite ad ascoltare un incantevole fatto che mi fu raccontato recentemente e che rivela Gesù Ostia.
Nell’Inghilterra protestante, un santo e buon missionario che predicava anche all’aperto, aveva radunato dei fanciulli e parlava loro con cuore commosso di Gesù nel tabernacolo che un dolce miracolo trattiene sui nostri altari.
Un piccolino puro come un cherubino si stacca dal gruppo di bambini e si avvia verso la chiesa più vicina, tendendo le braccia al tabernacolo; troppo piccolo per attendere ancora a lungo di ricevere Gesù, si arrampica e si siede sull’altare e con la sua ingenua fede implora il nostro adorabile Emmanuel.
Toc! Toc! con la manina bussa alla porta dicendo: - Sei lì Gesù?- Ma nessuno risponde al nostro innocente.
Senza perdere la sua audacia toccante, bussa ancora e poi ripete: - Sei lì? Rispondimi di grazia, che ce l’hanno detto al catechismo. - Ma pur avvicinando l’orecchio, non sente assolutamente nulla. - Può darsi che Gesù dorma... Svegliamolo dolcemente. O caro piccolo Gesù, io t’amo, ti voglio tanto bene, credo in Te. Rispondi alla mia immensa tenerezza, Ti scongiuro, parlami! -
O grazia, o prodigio, o miracolo!...Gesù non si nega più questa volta e dal suo tabernacolo fa sentire la sua voce: -  Sì, abito questa casa dove l’amore mi tiene incatenato; io consolo chi piange. Cosa vuoi fratello amatissimo?- 
Il bimbo con voce commossa risponde: - Mio papà è cattivo, convertilo, te ne supplico! Fatti conoscere da lui, fa che ami il Tuo Nome. - Vai, esaudirò la tua preghiera - risponde Gesù e il fanciullo, felice, torna nella sua casuccia, più obbediente, più devoto.
L’indomani, toccante mistero! senza che gli fosse detta alcuna parola, il padre del piccolo angelo si confessa e si converte.”
    
 
 
 
138. Sa 67034  – Es-tu là Jésus? 
 Santino manufatto con icona di serie incollata su carta pergamena  con grandi rose dipinte a mano.
Primi decenni del XX secolo, cm 11 x 5,5
 
Collezione Museo del Paesaggio di Verbania-Pallanza

 
 

Il piccolo seduto sull’altare mentre bussa al tabernacolo rappresentato nell’immagine, non è quindi l’inesistente san Pasqualino, ma il bimbetto del raccontino edificante che invoca la grazia del pentimento per il suo papà.
 
Questa graziosa leggenda deve essere stata molto amata perché diverse case editrici ne sfruttarono il soggetto, spesso assai apprezzato anche per i ricordi di Prima Comunione.

 
 
356. Sa 51230  Madonna con Bambino.
1930 ca.  Ed. FB. Monocromo al bromuro, cm. 10 x 5,5
 
Collezione Museo del Paesaggio di Verbania-Pallanza
 
 
 II PARTE – LA FLORA SIMBOLICA
Cap. XV Il giardino di Maria, pag. 171, fig.356                                    
Conosceva certamente la simbologia della palma, del cipresso, del leccio e dell’olivo, secondo una antica tradizione gli alberi della Croce, l’autore del santino 652 della casa FB.
Qui la Madonna con Gesù tra le braccia si sofferma ai piedi di una scala davanti a un muretto che si affaccia su un fiume.
Leccio, cipresso e palma si innalzano oltre il greto sfocati nell’atmosfera nebbiosa di una giornata grigia; l’olivo invece è suggerito da alcune fronde che pendono da un arco del portico.
Forse paesaggio, ma la nobiltà delle piante, improbabili in un contesto naturale, suggerisce l’ipotesi di un grande giardino sul fiume.
Solo un fedele preparato poteva leggere in questa immagine il rimando alla Croce.
 
Maria Grazia Reami Ottolini, I fiori nei santini, Barbieri Editore, Manduria (TA), 2011
Presentazione di Luisa Erba dell'Università degli Studi di Pavia
 




4 commenti:

  1. Michele Fortunato Damato-Barletta-Socio AICIS6 giugno 2015 10:22

    Il racconto della genesi del Museo del Paesaggio di Verbania è un viaggio nel tempo di grande impatto che crea suggestioni ed emozioni.

    Il Museo deve essere apprezzato nella sua funzione educatrice di un recupero delle nostre radici.
    Il recupero della storia del territorio, con conseguente acculturazione personale, per arginare la disaffezione delle nuove generazioni al "genius loci" a favore di culture lontane imposte dai fautori della globalizzazione.

    Grande ammirazione e plauso alla Prof.ssa Maria Grazia Reami Ottolini che al Suo Museo del Paesaggio, preposto alla memoria dell'evoluzione culturale del territorio, ha con totale gratuità dedicato parte importantissima della sua vita con encomiabile, rara ed autentica passione.

    Ulteriore plauso per lo studio che la Prof.ssa Reami Ottolini ha condotto egregiamente sul materiale della sezione del Museo dedicata all' Iconofilia: da questo studio nasce il Suo bellissimo Libro "I Fiori nei Santini", Opera edita dal professionalissimo Editore Barbieri di Manduria: un "Faro" prezioso ed illuminante nella Letteratura iconofila.

    Michele Fortunato Damato-Barletta-Socio AICIS

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    1. Maria Grazia Reami Ottolini9 giugno 2015 16:09

      Gentile Michele, Amico iconofilo, La ringrazio del commento così gratificante; fa bene all'anima ogni tanto sentirsi valorizzati. Ma soprattutto sono contenta di essere riuscita a trasmettere, anche se in un compendio riduttivissimo, il pensiero di Massara sull'alta funzione dei musei, che non può limitarsi alla sola conservazione delle cose d'arte, ma essere scuola di pensiero, quasi catechesi laica del bello.

      “In nessuna età, come nella nostra, inquieta e variabile, si è sentita più profondamente la misteriosa affinità che lega l'anima umana al paesaggio...”

      “Il paesaggio non è statico, ma con frase anche troppo usata oggidì dinamico e perciò il compito da proporsi non è tanto di una catalogazione e conservazione di bellezze naturali (quante e quali sono?) già così difficile per i monumenti, ma piuttosto di un'opera di educazione e di persuasione perché il rispetto alla natura sia più sentito che imposto e la febbrile attività umana ne trasformi, non ne deformi i divini aspetti”.

      Sono due citazioni da scritti di Antonio Massara, la prima in “Verbania”, n.1-2 gennaio-febbraio 1909, la seconda in “Il Museo del Paesaggio sul Lago Maggiore, in Italia bella, in “Bollettino Storico per la Provincia di Novara”, XVI, fasc. IV, ottobre-dicembre 1922. Entrambe sono tratte dallo studio di Renata Lodari (per anni una delle ardimentose, autrice della ricerca sui parchi e giardini del Piemonte), intitotolato “Antonio Massara in difesa del paesaggio” in “Museo del Paesaggio 1909 – 1979”, libro pubblicato in occasione della mostra del settantesimo della fondazione dell'Ente con il contributo di molti Autori prestigiosi, ma ormai introvabile.



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  2. L'incontro di due colte signore, profonde e appassionate studiose dell'Iconofilia, Paola e Maria Grazia, delle quali mi pregio essere amico, ha portato un notevole contributo a questo già meraviglioso Blog, con la pubblicazione di due bellissimi articoli.
    Io ero già a conoscenza del Museo del Paesaggio, che ho visitato, e di (quasi) tutta la sua storia, comprese le vicissitudini del bel roseto, e della grande collezione di santini che la prof.ssa Reami Ottolini da anni cura con passione e competenza (e...di cui sono anche un abituale fornitore!); conoscevo altresì il volume quì descritto che, oltre ad aver acquistato e letto, pubblicizzo anche nelle mie annuali esposizioni !
    Forse son più di 10 anni (come vola il tempo...) che ho conosciuto Maria Grazia tramite un articolo in cui raccontava di un malloppo di particolari santini trovati, e salvati, da una discarica ed è cominciato così il nostro rapporto, scambi di immagini devozionali e mie visite alla sua bellissima casa di Pallanza.
    Ho potuto apprezzare in lei, oltre alle doti di colta studiosa e amore per il suo lavoro, tutte le altre qualità che la rendono affabile ospite e cara amica!

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    1. Maria Grazia Reami Ottolini9 giugno 2015 16:13

      Caro Mario, come è tutto vero quello che ricordi !
      Ma non dici che quando hai deciso di occuparti solo dei santini di pregio, invece di lasciare in qualche scatola ad ammuffire i santini moderni, hai pensato al Museo del Paesaggio e sei venuto a portarmi un borsone parigino (mica tanto bello in verità, ma denso per te di ricordi che poi hai dimenticato, ma sei tornato a riprendere) tutto pieno, anzi traboccante di santini !
      Erano più di 7.000; li ho contati per documentare ai posteri la donazione.
      Pensa come saranno antichi tra due o trecento anni, quando la carta sarà un ricordo sui libri (informatici o chissà cosa) di storia.
      Tasca, Tasca, Tasca, ma quanti ne ha portati questo qui? dirà il Postero riorganizzatore della raccolta....

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